Fondatrice


Breve profilo biografico

Maddalena Notari nacque a Capriglia, frazione del comune di Pellezzano in provincia di Salerno, il 2 dicembre 1847 da Benedetto e Vincenza Calvanese; nel battesimo, che le fu amministrato nello stesso giorno nella chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, ricevette i nomi di Maddalena, Teresa, Rosa.

Capriglia apparteneva all’arcidiocesi di Salerno, governata allora dall’Arcivescovo Marino Paglia, il cui episcopato dal 1835 al 1857 fu caratterizzato dalla volontà di riordinare il sistema parrocchiale e dall’impegno nella restaurazione della disciplina del clero a cominciare dal seminario[1].

Capriglia era un piccolo borgo, la cui economia era fondata prevalentemente sull’agricoltura. I casali di Pellezzano, Coperchia, Cologna, Capriglia, Capezzano e Casa del Galdo, appartenenti al comune di Salerno, ne furono distaccati nel 1821 per formare il comune di Pellezzano. La vita religiosa ruotava intorno alla chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria delle Grazie: la sua fondazione risale almeno al XIV secolo, quando è menzionata in un documento come «S. Maria de Crapilla», con il rettore magister Giovanni De Rugerio, da Salerno, e il cappellano Giovanni Donato, da Bracigliano[2].

I genitori di Maddalena erano dotati di buoni sentimenti religiosi e di ottima posizione finanziaria. Tanto il padre che la madre, presi rispettivamente dagli affari e dalla cura della casa e della numerosa prole, non seppero manifestare apertamente i propri sentimenti alla bambina, affidata, com’era costume del tempo, a una balia: tale atteggiamento, anche per le successive scelte dei genitori, fu da lei avvertito come una privazione di affetto.

Quando contava appena quattro anni, i genitori la consegnarono, perché provvedesse alla sua educazione, all'avvocato Nicola Notari, fratello di Benedetto, che risiedeva in Napoli. Il trasferimento nella capitale del Regno delle Due Sicilie dal piccolo borgo salernitano fu interpretato dalla fanciulla come una prova della disaffezione dei suoi e ciò le provocò molta sofferenza. Lo zio, peraltro, aveva un carattere intemperante e, vicino ai circoli massonici, non temeva di professare apertamente il suo anticlericalismo, abbastanza diffuso nell’ambiente forense partenopeo[3]. Fu lui a individuare il Terzo Educandato borbonico di Napoli come luogo idoneo per la formazione della nipote, che vi restò come educanda per circa un anno.

Era allora Arcivescovo di Napoli il Venerabile Cardinale Sisto Riario Sforza, uomo di grande spiritualità e impavido difensore dei diritti della Chiesa contro le ingerenze dello Stato: pagò cara, con due esili, uno di due mesi nel 1860, l’altro di ben cinque anni dal 1861 al 1866, questa sua testimonianza di zelo pastorale[4].

Maddalena non trovò un ambiente adatto alle sue esigenze nel regio educandato e ne trasse ben scarso profitto anche sul piano culturale. A sette anni, nel 1854, fu quindi collocata come educanda nel monastero delle Salesiane a Donnalbina in Napoli, ove rimase fino al maggio del 1864. Si tratta di un lungo e decisivo periodo della sua vita, di cui non ci restano documenti coevi, nei quali andò certamente maturando la sua personalità. All'età di nove anni vi ricevette la prima Comunione, quindi, poco dopo, la Cresima. Al di là del piano educativo, il contatto con le suore la fece crescere sul piano della fede, dalla quale traeva conforto e sostegno anche rispetto alla lontananza dalla famiglia. A dodici anni si consacrò interiormente al Signore. A quindici anni, col permesso del confessore – era il 2 luglio 1862 – si consacrò a Dio:

«Io Maddalena di Gesù, alla presenza della SS. Trinità, della mia dolce madre Maria, dell’Angelo mio Custode e di tutti gli Angeli e Santi del Paradiso, io mi scelgo il mio caro Gesù sposo dell’anima mia. A lui dono e consacro per sempre la verginità mia, e tutta me stessa con voto perpetuo di castità. O Gesù, pel ferito tuo cuore ricevimi nel felice numero delle tue spose e mutami tutta in te colla perfetta carità. Dammi grazia copiosa a mantenermi pura e illibata il mio giglio di cui mi facesti dono nel santo Battesimo, frutto divino del sangue e della passione tua. Così sia. Amen. Amen. Amen»[5].

Andata avanti nel cammino di fede e in quello educativo, all’inizio del 1864 manifestò apertamente il desiderio di farsi religiosa. I suoi familiari si opposero energicamente e, per distoglierla dall’intento, la richiamarono nella casa paterna a Capriglia. Tornata in famiglia, i suoi avrebbero voluto che si sposasse; Maddalena, però, mantenne fermamente il suo proposito e rifiutò ogni proposta matrimoniale. Per il tenace e fermo attaccamento alla sua vocazione, nel 1868 le fu concesso di ritirarsi come pigionante nel monastero delle Alcantarine di Gesù Bambino all'Olivella in Napoli, un ambiente severo e austero con una particolare propensione alla pratica penitenziale. Da qui fu costretta a uscire dopo soli pochi mesi, perché malata. Passò allora nuovamente, stavolta come postulante, nel monastero delle Salesiane a Donnalbina, da dove dopo appena tre mesi si allontanò, non sentendosi chiamata per tale Istituto.

Ritornata in famiglia, Maddalena dovette subire ancora le contestazioni dei suoi, che le rinfacciavano ora come una colpa e una vergogna il fallimento dei tentativi di monacazione. Solo nel 1871, grazie anche al consiglio di don Salvatore Barbara, sacerdote napoletano che da quell'epoca la guidò spiritualmente per trentacinque anni, ottenne di ritirarsi assieme a una cameriera a vita privata nel conservatorio delle Teresiane della Torre sito in Napoli. Stando qui, il 22 febbraio 1873, nella cappella di Santa Luciella a Porta San Gennaro vestì l'abito delle Terziarie Servite, cambiando il suo nome in quello di Maria Pia dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, e, poco dopo, sempre sotto la direzione del Barbara, professò privatamente i voti di povertà, obbedienza e castità.

Soppresso il conservatorio della Torre, nel 1876 si ritirò a vita privata nella casa del fratello Pasquale al numero 61 di Via Duomo a Napoli, dove diede esempio di perfezione religiosa[6], vivendo nella forma della “monaca di casa”[7].

Si spegneva intanto, era il 1877, il Cardinale Sisto Riario Sforza e al suo posto veniva nominato Arcivescovo di Napoli il benedettino Guglielmo Sanfelice[8].

Anche Maria Pia dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria fu coinvolta nel processo di riordinamento diocesano intrapreso dal nuovo Arcivescovo. Nel 1880, infatti, per incarico del Sanfelice, consigliato in questo da Santa Caterina Volpicelli, Maria Pia si recò a Barra per riordinare l'orfanotrofio Verolino e, sebbene vi rimanesse solo qualche mese, riuscì a disimpegnare egregiamente il compito. La mediazione della Volpicelli dimostra come Maria Pia fosse entrata in fecondo contatto con quei circoli di spiritualità attiva e operosa, che tanta importanza rivestono nella storia della vita religiosa napoletana della seconda metà dell’Ottocento e che includono, tra gli altri, San Ludovico da Casoria e il Beato Bartolo Longo.

Il 20 novembre 1885, seguendo le ispirazioni della preghiera e il consiglio di persone illuminate, tra cui il redentorista Emanuele Ribera[9] e il minore Servo di Dio Michelangelo da Marigliano[10], diede inizio alla fondazione di un Istituto religioso, cominciando l’esperienza comunitaria con appena due altre donne in un quartino a Napoli, al numero 19 di Vico Maiorani.

Maria Pia attribuì a un’ispirazione divina la fondazione delle Servite Adoratrici, poi Crocifisse di Gesù Sacramentato. In una relazione inviata al Cardinale Guglielmo Sanfelice da Portici (dove aveva preso in fitto un appartamento in Via San Cristoforo, trasferendovi la comunità), in data 25 gennaio 1889, ripercorreva le tappe che l'avevano condotta alla fondazione nel 1885 e ne rievocava i passaggi fondamentali. Legando la sua fondazione a quella delle Servite, e in particolare alle Mantellate di Santa Giuliana Falconieri, evidenziava come il principale scopo della nuova famiglia era quello di trascorrere la vita «contemplando e compatendo le inenarrabili pene del dilettissimo Figliuolo di Maria»[11]. «L’ultima delle figlie e suddite» dell'Arcivescovo di Napoli a tal fine «ha raccolto una piccola famigliola la quale non ad altro pensa che alle eccessive pene di Gesù, e alla ripercussione che le medesime facevano nell'Immacolato Cuore di Maria»[12]. Il modo scelto era quello della contemplazione della croce, per «compatire Cristo carico del gravissimo peso»[13]; di qui anche il suo nuovo e definitivo nome, che assunse poco dopo, di Maria Pia della Croce.

Evidenziava, quindi, come il culto alla croce fosse pienamente rispondente alle istanze della «nostra Santa Madre Chiesa Cattolica, per la distruzione dei suoi nemici, e per fortificare i suoi figli militanti sotto il nobile vessillo»[14]. Spiegava poi come «quest'adorazione al sacro segno della Croce la facciamo recitando l'intero suo uffizio innanzi a sette croci, relative alle sette ore canoniche. Questo uffizio che si recita è comune presso i fedeli. Intendiamo altresì pregare Gesù Cristo che siccome egli colla Croce debellò tutt'i nemici infernali, che dominavano il mondo, conceda alla Santa Chiesa, il sollecito trionfo dei suoi nemici, che sì crudelmente la maltrattano»[15].

Erano queste le radici dell’Istituto delle Suore Crocifisse Adoratrici di Gesù Sacramentato: il cristocentrismo nella dimensione del dolore salvifico, la pietà mariana intesa quale mediazione, la dimensione ecclesiale, l’intento apologetico contro le deviazioni dottrinarie e le sfide della contemporaneità, il senso della riparazione per le colpe e i peccati degli uomini.

In un altro scritto, ricordava al medesimo Arcivescovo le varie tappe della crescita della primitiva comunità:

«Con la benedizione di colui che mi regolava incominciai a vivere con sette giovanette da me conosciute e provate, proponendoci vivere la vita più oscura e dimenticata: e di fatti stemmo per due anni in Napoli servendo e amando il Signore, senza che nessuno avesse saputo la nostra esistenza. Certo non ho fatto alcuna premura per l'accrescimento delle mie compagne, con tutto ciò da molte parti ho ricevuto e ricevo domande di volersi unire alla mia famigliola, e dal numero di sette oggi siamo diciotto. Assicuro poi l'Eminenza Vostra Reverendissima che in questo aumento d'individui ho scorto una specialissima benedizione del Signore, poiché tutte vengono colla medesima indole, e quello che predomina è il fervore, l'innocenza e la semplicità. Cresciuta la piccola famigliola né potendo rimanere nell’oscurità che io desideravo, credetti mio dovere manifestare all'Eminenza Vostra Reverendissima il mio divisamento, e l'Eminenza Vostra Reverendissima accogliendomi con squisita carità, mi ordinò presentarmi al Vicario Generale, e tutto fare con la sua conoscenza e dipendenza, come fedelmente ho seguito finoggi»[16].

Volendo il Cardinale chiarimenti anche in merito alla Regola che ne disciplinava la vita quotidiana, illustrava nel dettaglio la vita quotidiana delle suore da lei guidate[17].

Cresciuto ancora il numero delle suore, Maria Pia della Croce dapprima nel 1890 fittò e poi comprò un intero palazzo con annesso giardino nel paese di San Giorgio a Cremano, al numero 2 di Via San Giorgio Vecchio. Dopo avervi fatto costruire una chiesa, vi stabilì la casa madre.

Il Cardinale Sanfelice le ordinò allora  di compilare una Regola propria ed ella in soli venti giorni la compose, scrivendola in ginocchio davanti alla croce.

Sottoposta la Regola a un esame minuzioso e lungamente ponderato, fu dal Cardinale Sanfelice approvata nel giugno del 1892. Presentata poi alla Santa Sede, la Regola, adattata nella forma di Costituzioni e largamente rielaborata per essere adattata alle norme della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, fu approvata una prima volta nel maggio 1902 ad quinquennium, una seconda volta per quindici anni, quindi definitivamente nel febbraio 1915, prima della scadenza indicata.

Il nuovo Istituto, che fu denominato Suore Crocifisse Adoratrici di Gesù Sacramentato, sotto la guida di Maria Pia della Croce si diffuse e, malgrado diverse opposizioni e calunnie, da lei accolte con rassegnazione e fiducia nella Provvidenza, furono inaugurate, lei vivente, sette case.

Cominciò per lei un nuovo periodo della sua vita, caratterizzato da un'attività incessante, che portò avanti con fortezza superando anche lunghe sofferenze fisiche e morali. Il dolore non fu mai per lei senza senso: ella, infatti, sapeva che esso costituiva un dono per potersi sempre più configurare a Cristo; inoltre, accogliendo la sofferenza, la offriva con valore di riparazione per i peccati dei singoli e della società contro Dio e contro la Chiesa.

La guida illuminata e feconda dell’Istituto religioso è dimostrata in primo luogo dall'apertura di nuove case, che evidenziano la crescita della comunità e l'accoglienza positiva, ben al di là dell’arcidiocesi di Napoli, riservata alla sua proposta religiosa. Dopo quella di San Giorgio a Cremano, fu aperta la casa di Castel San Giorgio (in provincia e diocesi di Salerno) il 21 novembre 1894; seguì quella di San Clemente di Nocera Superiore (diocesi di Nocera dei Pagani) nel 1895 dove fu anche stabilito un orfanotrofio; la quarta casa sorse nella città di Gaeta nel 1907; la quinta in Rutigliano (in provincia di Bari e diocesi di Conversano) nel gennaio 1910; vennero infine fondate la casa di Putignano (in provincia di Bari e diocesi di Conversano) nel 1911 e, l’anno successivo, quella di Conversano.

Le Suore Crocifisse Adoratrici svilupparono un intenso apostolato di preghiera e di catechismo, ma si interessarono anche di problemi socio-culturali, giacché individuarono nell’educazione delle fanciulle uno dei settori più importanti per il ritorno della società ai valori cristiani. Maria Pia della Croce, inoltre, sempre sulla base del carisma eucaristico che animava l’Istituto, individuò nel confezionamento delle ostie e nella fornitura del vino per la Messa un importante versante di apostolato, teso a evitare le adulterazioni delle sacre specie.

Tra le prime appartenenti dell’Istituto delle Suore Crocifisse, va ricordata Maria della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, al secolo Maria Grazia Tarallo (1866-1912), donna di intensa, silenziosa e feconda spiritualità, proclamata Beata da Benedetto XVI nel maggio del 2006. Il rapporto di Maria Pia della Croce con suor Maria della Passione fu intenso e profondo: fu la fondatrice a promuoverne, in qualità di parte attrice come Superiora Generale, l’apertura del Processo ordinario informativo, nel corso del quale rilasciò una deposizione di grande rilevanza.

La capacità di governo era evidenziata anche dalla fiducia che in lei riposero numerosi Vescovi, tra cui spiccano oltre al Sanfelice, il Servo di Dio monsignor Vincenzo Maria Sarnelli e il Cardinale Giuseppe Prisco, che succedettero al benedettino sulla cattedra di Sant’Aspreno. Il primo, che resse la diocesi partenopea dall’aprile 1897 al gennaio dell’anno successivo[18], quand’era ancora Vescovo di Castellammare, tenne uno stretto rapporto epistolare con Maria Pia della Croce, evidenziando una grande fiducia nelle sue virtù:

«Sono stato manchevole – scriveva l’8 aprile 1891 – come Vescovo e come uomo educato verso di voi ritardando tanto tempo a scrivervi dopo la vostra lettera; ma quando penso a ciò che mi avviene in tali casi, vi trovo un argomento di buon augurio. Se trovo che ciò non mi avviene con la gente della quale temo che possa essere tentata a lasciare Gesù Cristo, mi avviene solo con coloro di cui sono certo che non lo lasceranno mai, neppure nel più profondo dolore, nel più desolato abbandono. E non è questo un segno di buon augurio? E scusate pure che se io fo così per tal ragione, molto più lo fa Gesù Cristo stesso, onde il suo sufficiente abbandono, silenzio, oscurità, sono tutti argomenti della fiducia che mette in voi»[19].

Anche con il Cardinale Giuseppe Prisco[20] le relazioni furono abbastanza buone.

Pure al di fuori di Napoli, Maria Pia della Croce trovò significativi apprezzamenti. L’Arcivescovo titolare di Tyana monsignor Amilcare Tonietti tenne con lei un carteggio dal 1890 al 1904; sono conservate varie lettere di Michele De Jorio, Vescovo di Castellammare di Stabia, di Domenico Cocchia dell’Ordine dei Cappuccini, Vescovo di Ascoli Satriano, di Giuseppe Cigliano, Vescovo titolare di Cyma e ausiliare di Napoli, di Camillo Sorgente, Arcivescovo di Cosenza, di Antonio Lamberti, Vescovo di Conversano. Il vicario generale della diocesi di Foggia, monsignor Gennaro Guida, il 30 dicembre 1898 le rivolgeva queste significative parole di incoraggiamento:

«Voi vi trovate a vivere in un ambiente, che tutto spira vita di grazia e di celestiale amore, siete dirette da speciale assistenza di Dio, che è con voi in tutte le cose, per le quali vi ha affidato singolare mandato, e colla sua potenza vi protegge e difende. Non ha ragione dunque d’esistere il miglior augurio per voi. Eppure ardisco di farvelo: ma quale? Che il Signore voglia concedervi tale prosperità alla vostra famiglia religiosa, da vederla sviluppata ed estesa in gran numero in molte altre case, e accrescere in tal guisa il numero di care e fedeli amanti del Signore»[21].

Anche monsignor Antonio Lippolis, che fu Vescovo di Larino dal giugno del 1915, tenne con lei una fittissima corrispondenza, ricca di notizie sull’andamento delle case delle Crocifisse Adoratrici, ma anche sulla vita spirituale della loro fondatrice e sulla stima che godeva finanche presso il Papa Benedetto XV. Così, tra l’altro, le scriveva il Vescovo Lippolis il 29 marzo 1917:

«Da quanto tempo son privo di vostra madre! Come state? Quanto avrei voluto rivedervi! Con dolore devo rinunziare alla mia venuta a San Giorgio, perché qui son proprio solo, e non posso assentarmi neppure un giorno […]. Il Papa, per mio mezzo, vi manderà lire 360 il 1° aprile e il 1° ottobre di ogni anno, a cominciare dal prossimo ottobre»[22].

L’ultima lettera, inviatale da questo Vescovo prima della morte, è un commovente commiato, ricco di sofferenza per l’imminente distacco, ma anche di sicura confidenza nella volontà divina:

«Carissima Madre e figlia in Cristo, nelle mie vivissime costanti preghiere per voi, senza voler menomamente pretendere di entrare ne’ piani di Dio, interrogo a me stesso: Come mai questa malattia della Madre si prolunga tanto? Ora ci eleva con la speranza d’una completa guarigione; ora ci protrae nel duolo! Ecco la risposta che sento sempre nel mio cuore: Così voglio io. È inutile insistere, e affidiamoci alle amorevoli paterne disposizioni di Colui che mai desidera altro che il nostro bene. Questo pensiero che Gesù vuole così, vi apra il cuore alle speranze nostre che solo possono nutrire le anime grandi. Con Gesù, per Gesù, in Gesù sempre avanti!»[23].

Maria Pia della Croce, che mai trascurò la sua vita interiore, seppe intessere relazioni in molteplici direzioni che potessero essere utili alle finalità della sua Congregazione. Esse si indirizzarono anche nei confronti di quei laici che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, avevano avvertito la necessità di operare in prima persona per rinnovare la presenza cristiana nella società del tempo, attraverso una larga ed estesa azione apostolica. Un riflesso di questa attività caritativa, che la fondatrice delle Crocifisse Adoratrici voleva insinuare quale elemento discriminante delle sue figlie spirituali, è rivelato, oltre che dall’aiuto cospicuo offerto ai terremotati di Reggio e Messina del 1908, da una testimonianza del Beato Bartolo Longo che, nella prefazione alla biografia del Fontana, raccontando un momento di crisi per la fondazione dell’istituto per le figlie dei carcerati, rivela come Maria Pia della Croce gli avesse dichiarato apertamente la sua intenzione di farsi carico gratuitamente dell’iniziativa, con uno stile di grande disponibilità e di silenziosa modestia:

«Il mio dolore – scriveva il Beato – lo rivelava a tutti gli amici e a coloro che avevano gioito con me alla prima notizia dell’attuazione dell’ipotetica opera per le Figlie dei Carcerati. Fra queste anime fervorose e caritatevoli ricordo la nostra Serva di Dio, l’eroina della Croce, Madre Maria Pia. Essa mi fece conoscere che desiderava parlarmi in Napoli. Mi diede convegno in casa delle comuni nostre amiche, le piissime signorine sorelle Laghezza, al palazzo proprio di costoro, in Via Santa Teresa al Museo. Vi andai. La buona Madre, che nella sua anima grande aveva compreso tutta la santità dell’opera eminentemente cristiana per la salvezza delle Figlie dei Carcerati, e aveva pure saputo, non so come, della pena che travagliava il mio cuore per la impossibilità di attuarla in Valle di Pompei, mi disse: “Perché accorarvi tanto per non poter fondare quest’opera a Valle di Pompei? Fondiamola insieme altrove. Io procurerò una proprietà in Capriglia presso Baronissi, in provincia di Salerno; e per reggere l’opera vi darò le mie suore, le Suore Crocifisse”. Domandò soltanto il segreto. Rimasi commosso, confuso della generosa offerta e più dell’accesissima carità di quell’anima di Dio. Risposi: “Non so risolvermi ancora; lasciatemi pensare, lasciatemi pregare” […]. Poi dovetti rifiutare la caritatevole profferta della veneranda Madre Maria Pia della Croce, siccome dovetti pure rifiutare altre cospicue offerte di persone generose e piene della carità di Dio e del prossimo»[24].

Maria Pia della Croce, che già nel 1902 era stata nominata Superiora Generale dell'Istituto, fu nel 1914 confermata a vita in tale carica. Il Cardinale Vincenzo Vannutelli, secondo protettore delle Crocifisse Adoratrici di Gesù Sacramentato dopo il Cardinale Casimiro Gennari, lo comunicava in una lettera del 22 maggio 1914 all’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Giuseppe Prisco, nei termini seguenti:

«Nella mia qualifica di Cardinale protettore delle Suore Crocifisse Adoratrici di Gesù Sacramentato, sono in dovere di comunicare a Vostra Eminenza, nella cui diocesi trovasi la casa madre delle medesime, che il Santo Padre, nella considerazione che l’attuale Superiora Generale è anche fondatrice e governa la religiosa famiglia con frutto e plauso di tutte le suore, ha disposto, che essa rimanga in carica vita sua natural durante, ben inteso, ad nutum S. Sedis»[25].

Maria Pia della Croce sperimentò, con le sue suore, anche le difficoltà del primo conflitto mondiale. Le sue lettere del tempo, numerosissime, evidenziano il costante timore di nuove e più sanguinose sciagure, le difficoltà delle comunicazioni, del razionamento di viveri e delle materie prime per il confezionamento delle ostie, per il quale aveva ideato le “officine eucaristiche”. Furono quelli, inoltre, gli anni che segnarono anche il suo progressivo declino fisico, vissuto con piena rassegnazione, nella consapevolezza che il dolore, accolto come configurazione al Cristo sofferente, poteva essere offerto in riparazione dei peccati degli uomini.

Dopo numerose sofferenze, attenta come sempre fino alla fine alle sue pratiche religiose, annotate giornalmente in due preziosi diari, Maria Pia della Croce morì la notte del 1° luglio 1919 nella casa madre di San Giorgio a Cremano.

Contava allora settantuno anni.


[1] L’Arcivescovo morì mentre stava compiendo la visita pastorale, il 5 settembre 1857, a Lanzara. Cfr. G. Crisci - A. Campagna, Salerno Sacra. Ricerche storiche, Salerno 1962, pp. 110-111.
[2] Ivi, p. 336.
[3] Cfr. A. Ricci, Giuseppe Ricciardi e l’anticoncilio del 1869, Napoli 1975.
[4] Cfr. U. Parente - A. Terracciano (curr.), Il Cardinale Sisto Riario Sforza Arcivescovo di Napoli (1845-1877), numero monografico di Campania Sacra 29 (1999) 3.
[5] San Giorgio a Cremano, Archivio storico delle Suore Crocifisse Adoratrici dell’Eucarestia, Scritti della fondatrice.
[6] Cfr. la rinnovazione dei voti fatta il 20 marzo 1875 nella mani di don Salvatore Barbara, in San Giorgio a Cremano, Archivio storico delle Suore Crocifisse Adoratrici dell’Eucarestia, Scritti della fondatrice.
[7] La “monacazione di casa” era una prassi tipicamente meridionale, molto diffusa nel Napoletano, per cui alcune donne, che vivevano ancora nel secolo, percorrevano un itinerario di sequela cristiana continuando a vivere nella propria casa in modo ritirato. Cfr. vari studi contenuti nel volume monografico di Campania Sacra 22 (1991), dal titolo La santa dei Quartieri. Aspetti della vita religiosa a Napoli nel Settecento. Studi in occasione del II centenario della morte di santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe (1791-1991).
[8] «Pilotò con inflessibilità ed equilibrio l’adattamento del mondo cattolico al nuovo regime unitario e confermò in modo egregio il clero […]. Difensore dei diritti della Chiesa, egli seppe tuttavia trovare un ideale punto di incontro con gli esponenti della nuova Italia sul piano dell’impegno civile, collocandosi nell’ala progressista di quel mondo benedettino, che nella seconda metà del XIX secolo diede illustri vescovi»: U. Dovere, La cura pastorale a Napoli tra ‘800 e ‘900. Le strutture istituzionali, in Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Problemi di storia della Chiesa dal Vaticano I al Vaticano II, Roma 1988, p. 177.
[9] Cfr. E. Ribera, Propositi, lumi, avvisi spirituali, a cura di O. Gregorio, in Archivio Italiano per la Storia della Pietà 6 (1970) pp. 259-402.
[10] Cfr. G.M. De Francesco, Vita del Servo di Dio padre Michelangelo Longo da Marigliano Sacerdote professo dei Frati Minori della Provincia di San Giuseppe della Croce, Roma 1910.
[11] San Giorgio a Cremano, Archivio storico delle Suore Crocifisse Adoratrici dell’Eucarestia, Scritti della fondatrice.
[12] Ivi.
[13] Ivi.
[14] Ivi.
[15] Ivi.
[16] Archivio Storico Diocesano di Napoli, Carte Sanfelice.  
[17] Ivi.
[18] Cfr. R. Pica, Vita del Servo di Dio monsignor Vincenzo Maria Sarnelli, Napoli 1905.
[19] Archivio della Curia Generalizia delle Suore Crocifisse Adoratrici presso il Monumentale Monastero di San Gregorio Armeno-Napoli, Corrispondenza della fondatrice.
[20] Su di lui cfr. U. Parente, Per uno studio delle lettere pastorali del Cardinale Giuseppe Prisco Arcivescovo di Napoli (1898-1923), in A. Ascione - M. Gioia (curr.), Sicut flumen pax tua. Studi in onore del Cardinale Michele Giordano, Napoli 1997, pp. 729-758.
[21] Archivio della Curia Generalizia delle Suore Crocifisse Adoratrici presso il Monumentale Monastero di San Gregorio Armeno-Napoli, Corrispondenza della fondatrice.
[22] Ivi.
[23] Ivi.
[24] L.M. Fontana, Rose e spine della martire della croce. Storia della Serva di Dio Madre Maria Pia della Croce fondatrice delle Crocifisse Adoratrici di Gesù Sacramentato con numerose illustrazioni e appendice, Valle di Pompei 1921, pp. 18-19.
[25] Archivio Storico Diocesano di Napoli, Carte Prisco.


Ultima modifica il Lunedì, 20 Marzo 2017 13:27
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